L’accoglienza del Nord-Sardegna

lo staff del Melo Residence sempre disponibileNon appena superato il cancello d’ingresso, qualcosa cambia: sarà per le mura che accolgono e proteggono l’intera struttura, sarà per la dedizione e l’entusiasmo con cui ci prendiamo cura dell’albergo, del giardino, dei nostri ospiti. O sarà forse per lo iodio, ma qui sembra di respirare l’aria di un piccolo mondo a parte, quieto e piacevole.

Il Melo Residence nasce come struttura ricettiva nel 2004, anche se la sua è una storia tutta da scoprire che comincia alla fine degli anni Sessanta, quando portava un altro nome ed era noto in tutta la provincia come balera. Di quei tempi ha conservato le strutture che sempre ricordano una casa nella campagna andalusa.

Nel tempo il progetto di accoglienza si è ampliato ed oggi esso si compone di 12 appartamenti bilocali e molto confortevoli (piano cottura, terrazza abitabile, aria condizionata, Wifi, TV, biancheria e servizio lavanderia, lettini e sdraio su richiesta), un bel giardino dove fermarsi a fare due chiacchiere o godere del sole, un parcheggio interno.

La Storia de Il Melo Residence

Quando Il Melo si chiamava El Cordobes, e non era ancora una struttura ricettiva, la città di Porto Torres, in fondo alla campagna, era lontana e contava un solo albergo.

Il terreno era pietroso e brullo, spazzato da un vento che incontrava qua e la arbusti di cisto ed elicriso, rocce e forse i resti di una cava dell’epoca romana, poi si gettava nel mare di Balai Lontano. Le strade erano poche e sterrate ma la gente fin qui arrivava lo stesso, perché voleva ballare.

El Cordobes era innanzitutto un torero ambizioso, scenico e vincente che conquistò le platee negli anni Sessanta e Settanta. La sua era una vera e propria economia di movimento mentre sfidava la bestia. El Cordobes era coetaneo di Giovanni Congiatu, che però faceva il geometra ed era di Porto Torres, quella città, che appunto nell’anno 1968, si fermava all’incirca nei pressi del vecchio cimitero.

Una balera. Ecco cosa mancava in provincia.

Se lo dissero in un viaggio verso Cagliari, poco più che trentenni, Giovanni e i suoi due amici, Battista e Salvatore Scarpa. Il terreno c’era, Giovanni ne aveva acquistato uno tempo prima ed era pronto a costruirci sopra. Scommisero sul progetto. Ne venne fuori un caseggiato dalle forme sinuose, con una corte interna, protetta da mura tondeggianti. Nel realizzarlo Giovanni ci aveva messo dentro un po’ della sua idea di Spagna, ma anche della Costa Smeralda allora nascente, e certo, molto coraggio. Tutt’intorno non c’era altro, giusto di fronte, la casa della Contessa.

Nel novembre del 1969 inaugurò la balera El Cordobes nella sciccheria di un impianto di luci comprato a Milano e pagato duecentocinquanta mila lire e la musica del DJ che faceva muovere i sederi di tutte le ragazze. Arrivarono in 300, anche gente conosciuta, qualche politico, qualche imprenditore, il maresciallo dei carabinieri no perché Giovanni si era dimenticato di invitarlo e quello ci rimase male. Fu comunque un successo. E lo fu per qualche anno. Venivano i portotorresi, i sassaresi, dai paesi vicini, dalle villeggiature di Platamona e Castelsardo, sbarcavano persino dalle petroliere ancorate nel Golfo, gli equipaggi stranieri, norvegesi, russi, ben presto ubriachi. E arrivavano i turisti.

Nell’estate del 1969 i giornali locali tanto abituati a raccontare di emigrati e speranze d’industrie nascenti, erano esplosi sulle prime pagine con i due milioni di visitatori sbarcati sulle coste del nord Sardegna; le navi da Porto Torres, Olbia e Golfo Aranci raddoppiavano le corse giornaliere, a Stintino arrivavano i milanesi, e Alghero cominciavano a chiamarla la porta d’oro del turismo sardo.

Si ballava tutti i giorni, ai thè danzanti, nel pomeriggio, o la notte, i sabato e le domeniche; si ballava con l’orchestra o coi disc jockey armati di centinaia di 33 e 45 giri. Liscio, Twist, Alligalli, Rock&Roll, maschere, pirati e carnevali. Ogni fine serata era annunciata da una sigla, una vecchia canzone spagnola, manco a dirlo intitolata Cordobes. Unica nemica di quelle serate rumorose, era la dirimpettaia e Contessa, nonché moglie di un noto magistrato. Qualche volta i Carabinieri avevano fermato il sonoro divertimento dei mondani.

Una sera venne a ballare anche Paola, e Giovanni s’innamorò. Nacquero in seguito Agostino e Laura.

All’inizio degli anni Settanta cominciò la crisi planetaria per il petrolio, in Italia sindaci e governanti lanciarono le prime domeniche a piedi, accadde anche a Porto Torres. Arrivare sino a El Cordobes non era più tanto facile ma sopratutto Giovanni aveva voglia di intraprendere altri progetti, non gli è mai piaciuto troppo gestire, a lui piaceva creare.

Il locale andò in gestione ad esterni. Forse fra i locali che nel frattempo avevano aperto nei dintorni erano nate delle gelosie, o chissà come andò, ma ciò di cui è certo Giovanni, è che l’incendio massiccio del ‘76 fu doloso. Devastò il locale. Giovanni dovette fare appello a quel coraggio e con lui adesso c’era Paola. I tre imprenditori ripresero in mano le redini per tentare di restituire a El Cordobes la gloria dei tempi passati. Ci riuscirono in parte, ma in seguito lasciarono nuovamente la gestione ad altri.

Fu così che negli anni Ottanta El Cordobes diventò un night club. Arrivarono le entreneuse.

C’erano altri night in zona. Il più famoso era il Plata Night, il primo nell’isola, nato negli anni Cinquanta a Platamona: Giovanni si ricorda che c’era stato anche Mike Bongiorno.

Quello che si formava attorno a questi locali non era sempre un ambiente limpido e legale. Ci furono notizie di cronaca che talvolta menzionarono questo o quel night. Anche El Cordobes ebbe il suo periodo buio. Dopo l’ultima gestione, chiuse i battenti per vent’anni.

Ogni tanto, fra qualche maceria e vetro spaccato, Giovanni è andato negli anni a sfogarsi: con una mazza demoliva qualche pezzo di muro ormai inutile. Tutto sembrava perso, restavano gli arredamenti, sparsi qua e là, i dischi, le pitture rosse e nere sui muri dell’ultima gestione, le abatjour, i quadri, i piccoli oggetti, cimeli di un’idea lontana; molto era sparito, chissà da quali mani portato via.

Dalle ceneri di El Cordobes, nel 2004, nasce Il Melo.

Il progetto è tutto diverso, le mura ristrutturate, son le stesse, la taverna, un tempo sala da ballo al coperto, è come quella di un tempo, la Reception è al posto della biglietteria e del guardaroba, la sala da ballo esterna è oggi il cortile sui cui si affacciano 5 appartamenti.

Giovanni e Paola stanno per aprire un albergo e lei di certo non si risparmierà in sacrificio e fatiche. Si guardano in faccia dal notaio che ha appena chiesto loro come abbiano intenzione di chiamarlo: “È banale – ammette Giovanni – ma è l’unica cosa che ci è venuta in mente in quel momento, il nome della via”.

Seicento metri quadri di spazio abitabile, otto appartamenti (oggi dodici), d’estate lavoreranno coi turisti, d’inverno con i dipendenti dell’industria.

“Ci sono clienti che da allora non hanno smesso di tornare”: è Laura il gestore adesso, è lei a confermare la statistica del padre.

Il 18 maggio del 2009 è subentrata alla gestione dei genitori ed oggi il Melo è anche una Fiat Cinquecento del ’72 verde acido, che se ne va in giro per la città, piccola proprio come una mela, a farsi vedere!

Di El Cordobes, Laura ricorda solo il tempo dell’abbandono, la moquette, un grande acquario, i colori scuri delle pareti.

Il suo Melo è un accogliente spazio di quiete e fiori, raccolto nel bianco dei muri, nella circolarità dei cortili, ancora oggi casa finale di una città che in tanti anni è cresciuta e l’ha raggiunta, senza però superarla. Oltre le sue mura è ancora di arbusti, di cisto ed elicriso, di rocce e infine di mare e il torero pare, adesso a riposo, gustarsi il panorama.